DD del (vom) Zeffiro

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Tratto dal libro “CACCIA AL FAGIANO” di Massimo Scheggi (†), Edizioni Olimpia, anno 1997 (Professore di Storia e filosofia all’Università di Firenze)

L’articolo mi è stato richiesto a suo tempo dal Prof. Scheggi per saperne un po’ di più sui “comportamenti” del DD nella caccia al fagiano. Ho voluto “vedere” e scrivere le cose un po’ diversamente da come di solito vengono scritte.

 

CON IL D.DRAHTHAAR NEL NOSTRO TEMPO

 

a cura di Gallo Zeffiro

 

Torniamo un po' indietro nel tempo, negli anni che sono succeduti all'ultima grande guerra. L’abbondanza e il consumismo non erano ancora dilaganti e la caccia stessa assumeva aspetti e caratterizzazioni diverse. Il fagiano era sempre veramente fagiano e quasi sempre raro e ambito.

Questo ricordo non mi abbandona neppure ades­so che le cose stanno diversamente, sia per la qualità e quantità del selvatico, come per il modo in cui si vive la caccia. Da dove attingo questa forza immaginativa? Dai miei cani D.Drahthaar e forse dalla attenzione che ho privilegiando più un loro divertimento che una mia soddisfazione.

Quanti fagiani può aver trovato, falliti  o abbattu­ti, un cacciatore drahthaarista del mio stampo, non riesco ad immaginarlo.    

Eppure aveva ragione mio nonno che sentenziava: «Chi prova il D.Drahthaar non cambia più razza!»

Questo non vuol dire che altre razze da caccia siano meno portate a eseguire un’ecletticità d'impiego, ma che la razza D.Drahthaar possiede assolutamente quelle qualità di inventiva e di risoluzioni multiple che, per l’effetto ul­timo venatorio, fanno sì che coloro che utilizzano il «te­desco dalla barba di ferro» non se ne distacchino più. Tutta questa premessa per arrivare a dire che per noi uomini cacciatori di oltre quarant’anni, privilegiati un tempo e tristemente adattati oggi alle diverse realtà, dovendole subire sia fisicamente che mnemonicamente, è sicuramen­te cambiato qualche cosa, ma per il nostro cane non è cambiato quasi niente.

Purtroppo, o per sua fortuna, il cane non possiede la «memoria storica». Ha la memoria della sua vita e del suo disgraziatamente brevissimo tempo. L’uomo cacciatore è in un piano di visione diverso, ma se facesse l’atto di ge­nerosità di pensare un po’di più al suo cane, cacciando veramente in comunanza con esso, si divertirebbe quasi come un tempo anche con i fagiani di voliera.

La caccia con il cane, in sintesi, è armonia. Come può essere veramente tale se non si pensa un po’ anche a quello che sta provando il nostro amico a quattro zampe nel momento in cui ce la sta mettendo tutta, in un atto di sfida e fatica contro un selvatico (o presunto tale) che contende con lui un’ancestrale rivalità di ruoli e nature diverse?

Il mio pensiero va anche a quei D.Drahthaar che sostano nei canili da domenica a domenica, prima che i loro pro­prietari li sciolgano per uscire all’avventura dell’oltre re­cinto. Saranno loro poi, che si inoltreranno dentro roveti impenetrabili, lasciando dietro di sé lembi di pelle e pelo, gocce di sangue e stoica volontà, tutto per inseguire un fagiano disalato che in questo caso vale un milione e non le trentamila lire delle agro-venatorie.

Alzare e rialzare, magari per dieci volte in una giornata, sempre quel colorato gallinaceo nelle interminabili distese di mais che ci troviamo spesso negli habitat di oggi; inseguire nella fitta nebbia un fagiano appena toccato e come d’incanto, dopo un tempo che solo a noi uomini è sembrato eterno, riapparire con la preda dalla lunga coda tra le labbra. Ogni cacciatore che voglia sublimare la sua arte venatoria, dovrebbe puntare di più al vero connubio con il suo cane, privilegiando soprattutto la completa comprensione e il riconoscimento per il lavoro del suo ausiliare.

Il D.Drahthaar è, nell'ambito dell' arte venatoria, una «macchina fuori strada», forse la migliore del settore; va su tutti i terreni e su tutti i selvatici, basta avvantaggiar­la di esperienza e di metodologia corretta in addestramento. Il fagiano è il nostro pane quotidiano. Il cacciatore oggi ha questo meraviglioso volatile a disposizione in tut­te le salse, gusti e quantità.

Il cane D.Drahthaar sa degustare tutto ciò che gira attorno al «pianeta fagiano» con grande naturalezza e maestria che affiorano dal suo innato adattamento e dalla sua rusticità venatoria. Sa essere un gran fermatore, ma all’esigenza anche un “greifen tip”, come dicono i cacciatori tedeschi, ovvero, quel tipo di cane che aggredisce per recuperare.

Il fagiano è impre­vedibile, può essere tanto disponibile che impossibile, quindi il nostro D.Drahthaar deve sapersi trasformare facilmente, da eccelso fermatore a scovatore e risoluto palesatore.

Che dire poi se il nostro caro fagiano, a fine dicembre, cade in mezzo a un fiume o peggio ancora va a morire al di là di questo? Provate ad avere un buon D.Drahthaar e poi ce la racconteremo.

Il recupero fa parte integrale del grande patrimonio genetico di questa razza. Con un piccolo imprinting in età giovanile, il D.Drahthaar adulto su questo tema lascerà indimenticabili ricordi. Il suggerimento per accrescere i vantaggi di questa straordinaria macchina con il cuore è presto detto: cercate di vivere un po’ più di quotidiano con il vostro D.Drahthaar, fatelo diventare veramente amico e non solo servitore. Questa razza di cani dalla statura venatoria imponente, ha esigenza di maggior contatto possibile con il suo partner uomo. Quindi ai fagiani, sia­no essi «buoni o cattivi», dedichiamo un po’ di tempo (non tutto) a viverli, nella nostra esperienza di caccia, considerando la cosa dal punto di vista di chi veramente sta facendo la fatica e cioè del nostro compagno.

Pertanto, facile o difficile che sia, il nostro tiro a uno dei più bei volatili esistenti, diventerà veramente un com­pendio e non una insignificante fine.

Riuscire a capire questo, l’ho considerato un grande passo avanti nella mia esperienza di uomo cacciatore drahthaarista.

 

 

 

 

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